Maria Teresa Cassaniello
Professoressa di Storia e Filosofia
Perchè un viaggio ad Auschwitz? Perchè le fotografie di Auschwitz?
Se la civiltà fosse davvero andata avanti, Auschwitz rappresenterebbe semplicemente il passato, la storia dolorosa di una barbarie incommensurabile: leggerne dai libri o andarci di persona diverrebbero più o meno la stessa cosa. L’esercizio della memoria potrebbe essere soddisfatto anche con il solo ricordo a distanza. Ma noi non siamo in tempi di normale civiltà e attorno a noi il valore della vita umana non è per nulla riconosciuto e rispettato. Anzi, a ben guardare, il dolore, la morte e l’indifferenza per il dolore e la morte, si moltiplicano di anno in anno.
Nei campi di sterminio nazisti furono trucidati 6 milioni di ebrei, 4 milioni di slavi, centinaia di zingari, omosessuali e oppositori politici.
E la seconda guerra mondiale ha complessivamente ucciso 55 milioni di persone.
Ma i massacri continuano ancora oggi, quotidianamente, sotto i nostri occhi, anche quando per pigrizia,per convenienza, per indifferenza, per abitudine o per rassegnazione, facciamo finta di non vederli. Le vittime si accumulano: fame, malattie, maltrattamenti, guerre… ogni anno i nuovi olocausti provocano non meno di 40 milioni di morti.
Sono dati noti. Terribilmente noti. Il punto è che la lunga notte di Auschwitz ci preme ancora addosso: magari in modi meno eclatanti ma con esiti altrettanto letali.
Ha senso allora andarci proprio di persona ad Auschwitz: non solo per ricordare ma anche per riflettere; per lasciarci attraversare dal passato ma anche per riconsiderare i fatti del nostro presente. Auschwitz non è archiviata: essa misura esattamente la nostra contemporaneità, la stessa quotidianità più immediata nella quale pensiamo ed agiamo.
E ad Auschwits-Birkenau Alfonso delli Carri c’è andato ed ha fotografato Auschwitz-Birkenau. Ora normalmente le esposizioni fotografiche sono concepite come un’esaltazione del fotografo ed una celebrazione del suo lavoro, ma “Grida dalla terra” ha un fine diverso: vuol essere un esercizio di memoria collettiva filtrata attraverso l’esperienza e la sensibilità personali. Le fotografie di Alfonso ci trasmettono una densità diversa, ponendoci faccia a faccia con le forme, ora silenziose ma ancora piene di grida, dell’orrore assoluto. Le “Grida dalla Terra” di Alfonso non sono cartoline ricordo di una gita turistica sciatta e superficiale. Non sono state pensate e scattate per testimoniare un “…io ci sono stato”. Sono un esercizio di memoria fotografica profonda, meditata, consapevole, colta, che si esprime in immagini secche, scarne, dure, essenziali, paradossalmente semplici ma dalla materialità angosciate di un bianco e nero nudo e rigoroso.
E del resto: che colori si possono mai trovare in un luogo come Auschwitz? Qui il colore è bandito oltre che per scelta (consapevole) del fotografo, anche perchè Auschwitz è banalmente un luogo senza colori.
Colpiscono le foto di Alfonso, in questo bianco e nero quasi ossessivo ed inquietante. Colpiscono le geometrie rigorose dei fili spinati: orizzontali, linee nere in rilievo su cieli bianchi inespressivi. Reticolati perfetti che visivamente ben rappresentano l’idea di “costrizione”, una barriera terribile ed invalicabile tra dentro e fuori, il confine definitivo tra libertà e prigionia, il concetto stesso di bene e male. Le foto di delli Carri riescono anche, in qualche maniera, a rappresentare Auschwitz e Birkenau nelle loro peculiarità fisiche ed emotive.
Se Auschwitz ha la storicità del museo che mette al riparo il turista garantendo il distacco del tempo, l’irripetibilità; l’azione del serrare disordinatamente oggetti, cianfrusaglie e biancheria nello stanzino per lasciare libero.e pulito il resto della casa… Birkenau è lo sgomento dell’attualità, della contiguità. Come se quella lunga costruzione orizzontale con la torretta centrale e, sotto, l’accesso del binario edificata nel nulla della neve, potesse in qualunque momento riaprire il cancello e accogliere l’ennesima tradotta, il nuovo carico di polmoni da gas braccia da lavoro, corpi da vivisezione, organi da sperimentazione.
Infine, e non è cosa da poco, negli scatti di Alfonso si sottolinea la totale assenza delle persone: una non-presenza umana assoluta, definitiva. Eppure il luogo è meta continua di visitatori da ogni parte del mondo… ma l’uomo è volutamente tralasciato, non inserito e non documentato, nemmeno per caso. Da parte del fotografo una scelta coraggiosa se consideriamo che Alfonso è, per sua cultura fotografica, un valente “fotografo di persone” e che uno dei suoi più apprezzati lavori si intitola “People”: Gente… appunto.
Bene ha fatto, Alfonso delli Carri, a proporre e a proporci in quest’epoca di turismo distratto, una pellegrinaggio amaro del luogo più emblematico di negazione della vita. E riteniamo che abbia fatto ancor meglio a fissare col tramite delle sue fotografie l’esperienza umana che ha vissuto. Una mostra che ci restituisce appieno le emozioni dell’Autore, che sollecita altri a ripetere l’esperienza e che spinge soprattutto a raginare. Nonsulle differenze, ma sulle tragiche somiglianze tra il nostro “adesso” e quegli anni terribili. Erich Hartmann, il grande fotografo tedesco e americano d’adozione che, più di ogni altro, ha fotografato tutti i campi di sterminio, ha detto una volta:
“Se la mia visita in quel che resta dei campi mi ha insegnato qualcosa, è che pensare o vivere unicamente per se stessi è diventato un lusso che non ci possiamo permettere.
La vita, eccetto forse nei sogni, nons i svolge più a un livello solitario; è diventata irrevocabilmente complessa, e tra di noi, chiunque siamo, si sono intrecciati molteplici legami, che ci piaccia o meno. Agire secondo questa idea può diventare un omaggio più efficace alla memoria dei morti che portare il lutto da soli o giurare che tutto ciò non avverrà mai più, e potrebbe anche essere il modo più promettente per abolire luoghi come i campi di concentramento”.
Maria Teresa Cassaniello
Professoressa di Storia e Filosofia
Perchè un viaggio ad Auschwitz? Perchè le fotografie di Auschwitz?
Se la civiltà fosse davvero andata avanti, Auschwitz rappresenterebbe semplicemente il passato, la storia dolorosa di una barbarie incommensurabile: leggerne dai libri o andarci di persona diverrebbero più o meno la stessa cosa. L’esercizio della memoria potrebbe essere soddisfatto anche con il solo ricordo a distanza. Ma noi non siamo in tempi di normale civiltà e attorno a noi il valore della vita umana non è per nulla riconosciuto e rispettato. Anzi, a ben guardare, il dolore, la morte e l’indifferenza per il dolore e la morte, si moltiplicano di anno in anno.
Nei campi di sterminio nazisti furono trucidati 6 milioni di ebrei, 4 milioni di slavi, centinaia di zingari, omosessuali e oppositori politici.
E la seconda guerra mondiale ha complessivamente ucciso 55 milioni di persone.
Ma i massacri continuano ancora oggi, quotidianamente, sotto i nostri occhi, anche quando per pigrizia,per convenienza, per indifferenza, per abitudine o per rassegnazione, facciamo finta di non vederli. Le vittime si accumulano: fame, malattie, maltrattamenti, guerre… ogni anno i nuovi olocausti provocano non meno di 40 milioni di morti.
Sono dati noti. Terribilmente noti. Il punto è che la lunga notte di Auschwitz ci preme ancora addosso: magari in modi meno eclatanti ma con esiti altrettanto letali.
Ha senso allora andarci proprio di persona ad Auschwitz: non solo per ricordare ma anche per riflettere; per lasciarci attraversare dal passato ma anche per riconsiderare i fatti del nostro presente. Auschwitz non è archiviata: essa misura esattamente la nostra contemporaneità, la stessa quotidianità più immediata nella quale pensiamo ed agiamo.
E ad Auschwits-Birkenau Alfonso delli Carri c’è andato ed ha fotografato Auschwitz-Birkenau. Ora normalmente le esposizioni fotografiche sono concepite come un’esaltazione del fotografo ed una celebrazione del suo lavoro, ma “Grida dalla terra” ha un fine diverso: vuol essere un esercizio di memoria collettiva filtrata attraverso l’esperienza e la sensibilità personali. Le fotografie di Alfonso ci trasmettono una densità diversa, ponendoci faccia a faccia con le forme, ora silenziose ma ancora piene di grida, dell’orrore assoluto. Le “Grida dalla Terra” di Alfonso non sono cartoline ricordo di una gita turistica sciatta e superficiale. Non sono state pensate e scattate per testimoniare un “…io ci sono stato”. Sono un esercizio di memoria fotografica profonda, meditata, consapevole, colta, che si esprime in immagini secche, scarne, dure, essenziali, paradossalmente semplici ma dalla materialità angosciate di un bianco e nero nudo e rigoroso.
E del resto: che colori si possono mai trovare in un luogo come Auschwitz? Qui il colore è bandito oltre che per scelta (consapevole) del fotografo, anche perchè Auschwitz è banalmente un luogo senza colori.
Colpiscono le foto di Alfonso, in questo bianco e nero quasi ossessivo ed inquietante. Colpiscono le geometrie rigorose dei fili spinati: orizzontali, linee nere in rilievo su cieli bianchi inespressivi. Reticolati perfetti che visivamente ben rappresentano l’idea di “costrizione”, una barriera terribile ed invalicabile tra dentro e fuori, il confine definitivo tra libertà e prigionia, il concetto stesso di bene e male. Le foto di delli Carri riescono anche, in qualche maniera, a rappresentare Auschwitz e Birkenau nelle loro peculiarità fisiche ed emotive.
Se Auschwitz ha la storicità del museo che mette al riparo il turista garantendo il distacco del tempo, l’irripetibilità; l’azione del serrare disordinatamente oggetti, cianfrusaglie e biancheria nello stanzino per lasciare libero.e pulito il resto della casa… Birkenau è lo sgomento dell’attualità, della contiguità. Come se quella lunga costruzione orizzontale con la torretta centrale e, sotto, l’accesso del binario edificata nel nulla della neve, potesse in qualunque momento riaprire il cancello e accogliere l’ennesima tradotta, il nuovo carico di polmoni da gas braccia da lavoro, corpi da vivisezione, organi da sperimentazione.
Infine, e non è cosa da poco, negli scatti di Alfonso si sottolinea la totale assenza delle persone: una non-presenza umana assoluta, definitiva. Eppure il luogo è meta continua di visitatori da ogni parte del mondo… ma l’uomo è volutamente tralasciato, non inserito e non documentato, nemmeno per caso. Da parte del fotografo una scelta coraggiosa se consideriamo che Alfonso è, per sua cultura fotografica, un valente “fotografo di persone” e che uno dei suoi più apprezzati lavori si intitola “People”: Gente… appunto.
Bene ha fatto, Alfonso delli Carri, a proporre e a proporci in quest’epoca di turismo distratto, una pellegrinaggio amaro del luogo più emblematico di negazione della vita. E riteniamo che abbia fatto ancor meglio a fissare col tramite delle sue fotografie l’esperienza umana che ha vissuto. Una mostra che ci restituisce appieno le emozioni dell’Autore, che sollecita altri a ripetere l’esperienza e che spinge soprattutto a raginare. Nonsulle differenze, ma sulle tragiche somiglianze tra il nostro “adesso” e quegli anni terribili. Erich Hartmann, il grande fotografo tedesco e americano d’adozione che, più di ogni altro, ha fotografato tutti i campi di sterminio, ha detto una volta:
“Se la mia visita in quel che resta dei campi mi ha insegnato qualcosa, è che pensare o vivere unicamente per se stessi è diventato un lusso che non ci possiamo permettere.
La vita, eccetto forse nei sogni, nons i svolge più a un livello solitario; è diventata irrevocabilmente complessa, e tra di noi, chiunque siamo, si sono intrecciati molteplici legami, che ci piaccia o meno. Agire secondo questa idea può diventare un omaggio più efficace alla memoria dei morti che portare il lutto da soli o giurare che tutto ciò non avverrà mai più, e potrebbe anche essere il modo più promettente per abolire luoghi come i campi di concentramento”.